sabato 19 febbraio 2011

God Machine (Retrospettiva)


Quella dei God Machine è una storia travagliata, sofferta, tragica e ai molti sconosciuta. La loro vita discografica è limitata a quattro Ep e soli due album, dal valore musicale inestimabile.
Nascono, come quartetto a nome Society Line, nella prima metà degli anni '90 a San Diego in California per poi trasformarsi in trio e, trasferitisi in Inghilterra, cambiare nome in God Machine. Robin Proper-Sheppard, voce e chitarra, Jimmy Fernandez, basso e Ronald Austin, percussioni: dio uno e trino. La loro musica ha una capacità di penetrazione della psiche senza eguali che non lascia rifugi sicuri in cui andare a rintanarsi. Nel '91 pubblicano, per la label Eve, un Ep, “Purity” per poi passare alla Fiction Records, oggi sussidiaria dell' Universal.
Il loro esordio nel '93, “Scenes from the Second Storey”, è un monolite da 13 tracce; un crossover di generi e sonorità: dall'hard rock, al proto doom, al post industrial, che non si limita a fondere semplicemente stilemi sonori ma crea dei ponti armonici, generando sonorità del tutto nuove e originali. Entrando forzatamente nell'immaginario collettivo grazie all'approccio mistico e alla profondità esistenziale dell'intera opera, “Scenes from the Second Storey”, è un disco venerato e considerato da molti uno dei capolavori degli anni '90: l'anello di congiunzione tra i Black Sabbath e i Tool. Pochi accordi, feedback, ripetizioni ossessive e ipnotiche; il tutto tenuto insieme dall'estro e la voce oscura e sofferta del frontman Robin. Tracce come “Dream Machine” (che curiosamente utilizza lo stesso dialogo di "Lost" dei Neurosis (dall'album "Enemy of the Sun") estratto da "The Sheltering Sky" Bertolucci), “She Said”, “Home”, riassumono l'estetica della band, nel loro incedere di chitarre dai riff micidiali carichi di feedback, slide di basso, ciclici e magnetici e ritmo cadenzato e marziale della batteria.
I momenti più oscuri, lenti e riflessivi si affacciano in “The Blind Man”,“It's All Over” o la immortale e quasi esoterica, “Desert Song”. In questa triade di brani si rasenta davvero il fondo dell'abisso, dal quale non vi è salvezza. Testi mistici, esistenziali e colmi di meditazione, nei quali anche l'imprecazione contro il divino, appare più come una preghiera laica che una bestemmia: “...But I stand dead in the center with nothing at all...Damn god...(“I've Seen the Man”). Una band la cui resa dal vivo era senza uguali. I pochi fortunati presenti alle loro performance, raccontano di act ispiratissimi e pieni di momenti d' improvvisazione, con brani prolungati per oltre venti minuti e una raffinatezza timbrica a cui il disco non rende giustizia.
Nel loro lungo tour europeo, la risposta dei fan è davvero impressionante. Grazie all'empatia della loro musica e all'energia obliante, ma allo stesso tempo energica del loro sound, sono in molti a venerarli come innovatori di una scena non ancora nata. Intanto la figura di Robin Proper-Sheppard appare sempre più distintamente come quella che le liriche lasciano trapelare: un uomo profondamente sensibile, trascinato alla deriva da quella marea chiamata vita. Infatti ben presto la marea li porterà sulle spiagge della tragedia, quando a Jimmy Fernandez viene diagnosticato un tumore al cervello.
Alla fine della storia, Robin ne sarà distrutto.
La genesi del secondo album, “One Last Laugh in a Place of Diyng”, viene concepita a pochi giorni dalla morte del bassista il 23 maggio del '94. Lo stesso Fernandez concluderà il suo lavoro in ospedale. I due rimanenti membri della band decidono di non continuare senza Jimmy. La maggior parte delle persone sottovaluta questo prematuro canto del cigno, considerando, erroneamente, “Scenes from the Second Storey”, l'apice innovativo e sonoro della band. Personalmente sono propenso a considerare il contrario. Copertina bianca sulla quale, in piccolo, si stagliano la scritta “One Laugh in a Place of Dying”; questo secondo album cadrà come un epitaffio a porre fine alla carriera di una delle band più (ingiustamente) sottovalutate della storia. In questo secondo lavoro, il gruppo si allontana dai toni epici e quasi apocalittici del primo album. Le sonorità saranno molto più melodiche e, in alcune tracce, minimali (“In Bad Dreams”). L'intero disco appare come un “cordoglio funebre” nel quale non spuntano tematiche personali bensì condivisibili dal singolo in modo del tutto unico. Un album indefinibile nel suo genere, un concept sulla morte frutto spontaneo delle circostanze venutesi a creare.

In apertura con “Tremolo Song”, l'intro gestito da feedback tenuti in loop, entrano in scena possenti chitarre post grunge e testi ispirati più che mai: “Tell myself the bad things are safe...That all the bad things are in my mind, but i'm just a simple man. I'm just a simple man...”. Tracce come “Alone”esprimono il senso di solitudine di tutto il lavoro nell'assestamento melodico di feedback di chitarra su basso pulsante ed un'esplosione di piatti a dar presenza della sessione ritmica altrimenti quasi impalpabile. “Painless” narra del dolore della perdita: “..and you said life could be painless. And I'm sorry but that's not what I've found...” innalzando la sofferenza come ad una delle componenti basilari e assolute dell'essere umano. La successiva “Love song”, pungente e sporca, assieme alla brutale e oscura “Evol”, rimane uno dei momenti più movimentati dell'opera. La creatività raggiunge il suo apice con inedite ballate agrodolci e distorte come “The Flower Song”, nella quale la commistione tra melodia e ruvidezza, spicca verso orizzonti mai esplorati prima, o anche “Boy by the Roadside”, il finale della quale ti si attacca e resta impresso nell'assolo di voce di Robin. Il capolavoro assoluto della produzione God Machine resta, a mio parere, “The Devil Song”.



Una melodica e lenta ballad, che con pochi accordi e arpeggi crea universi sonori ampiamente emotivi e originali, che spingono quasi alla commozione, prima di esplodere nell'esasperante finale di un crescendo distorto ossessivo: “Lights on the hill remind me of speeding trains. And hands on the window remind me that children play. Reflections on the water say to me you can live forever. But devil stay away from me...” A concludere il tutto, la straniante e strumentale “The Sunday Song”, più di otto minuti di tastiere cullate dal basso, per accompagnare in modo sperimentale e originale, l'ascoltatore alla conclusione di una storia...e all'inizio di un altra.

Dopo lo scioglimento dei God Machine, molti sapranno della strada intrapresa da Robin Proper-Sheppard con i Sophia. Chiaramente parliamo di un progetto del tutto diverso dal precedente, ma sul quale, inizialmente, aleggiava ancora il fantasma di Jimmy Fernandez. Personalmente ho seguito e visto i Sophia dal vivo in più occasioni e avuto la possibilità di parlare e interagire con Robin svariate volte. Ciò che è emerso è il distacco completo dallo spettro God Machine, da parte dell'ex frontman, il quale nell'ormai ventennale carriera, non ha mai riproposto una canzone della sua ex formazione dal vivo , ma, che anzi, appare piuttosto stizzito nel sentire richieste del genere. Una distanza totale quella di Robin dal suo esordio musicale che ha portato a rendere, i mai ristampati dischi dei God Machine, dei pezzi da collezione introvabili e sui quali vi è molta speculazione economica sul web (lo stesso cantante mi dirà, dopo uno dei suoi live con i Sophia, di non possedere il vinile del secondo album dei God Machine, stampato in solo 1000 copie numerate e che io possiedo…).

La frase Deus ex machina trae origine dal teatro greco: in tale ambito, quando era necessario far intervenire un dio (o più dèi) sulla scena, l'attore che interpretava il dio si posizionava su una rudimentale gru in legno, mossa da un sistema di funi e argani, chiamata appunto mechanè. In questo modo, l'attore veniva fatto scendere dall'alto, simulando dunque l'intervento di un dio che scende dal cielo; difatti, l'espressione deus ex machina significa proprio "dio (che viene) da una macchina". Cit. Wikipedia.
Come una colossale gru da palcoscenico, la musica dei God Machine scende sulle nostre coscienze e le pervade. Aprendovi totalmente potreste avvicinarvi, anche di un solo millimetro, a (l) dio (della musica).Qui sotto trovate il link per scaricare gratuitamente la demo dei “Society Line” dell''85, quando ancora la band non si chiamava God Machine. Una piccola perla dalle sonorità new wave post punk a cui consiglio di dare un ascolto.


2 commenti:

Luigi S ha detto...

A parte il pavoneggiamento sul vinile di "one laugh..." :-) questa è un'ottima retrospettiva su un gruppo che merita maggior riconoscimento all'interno della storia del rock. Bravo Michele!

vichy ha detto...

Bravo Michele... descrivi ciò che emerge dall'anima durante l'ascolto...che affiora e che spesso sopisce in noi...c'è del profondo nei God...anzi c'è del God nei God. Spero che Sheppard legga questa retrospettiva. Complimenti.

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